Robot ed esoscheletri in riabilitazione: a cosa servono?

In breve. I robot e gli esoscheletri per la riabilitazione sono macchine che aiutano a ripetere tante volte un movimento, come il passo o il gesto di afferrare, sostenendo una parte del peso o guidando l’arto. Si usano soprattutto dopo ictus, lesioni del midollo spinale e altre malattie neurologiche. Secondo una revisione Cochrane del 2025, aggiungere un dispositivo per il cammino alla fisioterapia aiuta probabilmente più persone a camminare da sole alla fine del trattamento, soprattutto nei primi tre mesi dopo l’ictus. Non sostituiscono il fisioterapista: sono strumenti in mano all’équipe, utili per alcune persone e in alcune fasi.

A cura del team clinico Fisiosalaria: ortopedici, fisioterapisti e osteopati. Ultima modifica 31.10.2026.

Un robot per la riabilitazione è un dispositivo motorizzato che guida o assiste un movimento: può essere un sistema che muove le gambe su un tapis roulant mentre il corpo è sostenuto da un’imbragatura, oppure un braccio meccanico che accompagna la mano verso un bersaglio. Un esoscheletro è un robot «indossabile»: una struttura esterna, con motori alle articolazioni, che si allaccia a gambe e tronco e aiuta a stare in piedi e fare passi.

L’idea alla base è semplice. Per reimparare un movimento dopo un danno al sistema nervoso servono molte ripetizioni, fatte bene. Le macchine permettono di farne tante, con meno fatica per il paziente e per il terapista.

A cosa servono i robot in riabilitazione?

Servono soprattutto ad aumentare la quantità e la qualità dell’allenamento in chi non riesce a muoversi da solo o lo fa con molta difficoltà. I principali tipi sono:

  • robot per il cammino con supporto del peso, su tapis roulant o su pedane che muovono i piedi;
  • esoscheletri per arti inferiori, fissi o mobili, che permettono di camminare sul pavimento;
  • robot per l’arto superiore, per spalla, gomito, polso e mano;
  • sistemi che misurano forza e movimento e danno un riscontro visivo, spesso sotto forma di gioco.

Le persone che più spesso li usano sono quelle con esiti di ictus, lesione del midollo spinale, sclerosi multipla, malattia di Parkinson o traumi cranici. Di questi percorsi si occupa la fisioterapia neurologica.

La riabilitazione robotica funziona davvero?

Per alcune situazioni sì, con prove di buona qualità. I dati più solidi riguardano l’ictus.

Per tornare a camminare dopo un ictus

La revisione Cochrane aggiornata nel 2025 ha raccolto 101 studi con 4.224 persone. Ha concluso che aggiungere un dispositivo elettromeccanico o robotico per il cammino alla fisioterapia probabilmente aumenta il numero di persone che camminano in modo autonomo alla fine del trattamento, rispetto alla sola fisioterapia. In numeri: circa nove persone devono fare l’allenamento con il dispositivo perché una in più torni a camminare da sola.

Il beneficio sembra maggiore nei primi tre mesi dopo l’ictus. A distanza di tempo il vantaggio è meno certo, e la velocità del cammino e la resistenza (la distanza percorsa in sei minuti) probabilmente non migliorano di più.

Per il braccio e la mano

Un’altra revisione Cochrane, del 2018, su 45 studi e 1.619 persone, ha trovato che l’allenamento robotico del braccio dopo un ictus migliora attività quotidiane, funzione e forza del braccio, con effetti di entità modesta. Gli autori invitano alla prudenza perché i programmi studiati erano molto diversi tra loro.

Gli esoscheletri fanno camminare chi ha una lesione midollare?

Gli esoscheletri possono permettere ad alcune persone con lesione del midollo spinale di stare in piedi e fare passi con l’aiuto della macchina, di solito con stampelle o deambulatore e sotto supervisione. Questo può avere valore per l’allenamento, la circolazione e il benessere psicologico.

È importante però avere aspettative realistiche:

  • l’esoscheletro non ripara il midollo: sostituisce o aiuta una funzione finché lo si indossa;
  • non è adatto a tutti: contano altezza, peso, rigidità delle articolazioni, stato delle ossa, controllo del tronco;
  • l’uso richiede un addestramento e spesso un accompagnatore;
  • le prove sui benefici a lungo termine sono ancora in crescita.

I robot sostituiscono il fisioterapista?

No. Nelle ricerche i robot vengono quasi sempre aggiunti alla fisioterapia, non messi al suo posto. È il fisioterapista che sceglie se e quando usarli, regola il livello di aiuto della macchina, osserva come la persona si muove e integra il lavoro con esercizi di equilibrio, forza e attività della vita quotidiana.

Un rischio delle macchine molto «aiutanti» è che il paziente si lasci portare. Per questo nei programmi migliori l’assistenza del robot viene ridotta man mano che la persona recupera, per chiederle uno sforzo attivo. Il ruolo delle macchine rispetto all’esercizio lo discutiamo anche in Le terapie con le macchine servono o basta l’esercizio?

Sono sicuri?

Nelle revisioni Cochrane gli effetti indesiderati sono risultati rari: l’abbandono del trattamento e gli eventi avversi non erano più frequenti con i dispositivi. Può capitare qualche fastidio o arrossamento nei punti di contatto con le cinghie, oppure stanchezza. Il dispositivo va sempre usato sotto la supervisione di personale formato, con controlli su pelle, pressione e fatica.

Dove si trovano e come si accede?

I robot per la riabilitazione sono costosi e richiedono personale formato, quindi si trovano soprattutto in ospedali, istituti di riabilitazione e centri specializzati, spesso nella fase di riabilitazione intensiva dopo il ricovero. Nel servizio pubblico l’accesso avviene dentro il progetto riabilitativo deciso dall’équipe, non su semplice richiesta del paziente.

Quando farsi vedere subito

Durante un percorso di riabilitazione neurologica, con o senza robot, chiama subito il 112 se compaiono sintomi nuovi di ictus: bocca storta, debolezza improvvisa di un braccio o di una gamba, difficoltà a parlare. Contatta il medico se noti un polpaccio caldo, gonfio e dolente(possibile trombosi), lesioni della pelle che non guariscono nei punti di appoggio, o un peggioramento improvviso della capacità di muoverti.

Il parere del team Fisiosalaria

I robot affascinano, e capita che una famiglia cerchi «il centro con il robot» come se fosse la soluzione. Le prove dicono una cosa più sfumata: sono strumenti utili per alcune persone, in alcune fasi, soprattutto nelle prime settimane dopo un ictus, e funzionano meglio dentro un programma completo. L’errore più comune è concentrarsi sulla macchina e trascurare quello che fa davvero la differenza nel tempo: tanta pratica, obiettivi concreti, esercizio anche a casa.

Quando il percorso ospedaliero finisce, il lavoro di forza, equilibrio e cammino nella vita quotidiana resta centrale. Una valutazione aiuta a capire da dove ripartire e cosa allenare.

Domande frequenti

Il robot fa recuperare più in fretta dopo un ictus?

Aggiunto alla fisioterapia, aumenta probabilmente la quota di persone che tornano a camminare da sole alla fine del trattamento, soprattutto nei primi tre mesi. Non accelera tutto il recupero in modo uniforme.

Posso comprare un esoscheletro per casa?

Esistono modelli per uso personale, ma sono costosi e richiedono addestramento e valutazione dell’idoneità. Ne va parlato prima con l’équipe riabilitativa.

La riabilitazione robotica serve anche per ortopedia?

Le prove più solide riguardano le malattie neurologiche. Dopo interventi ortopedici l’esercizio guidato resta il cardine.

Quante sedute con il robot servono?

Negli studi i programmi duravano in genere da due a otto settimane. Frequenza e durata le decide l’équipe in base agli obiettivi.

Fonti

Questo articolo ha scopo informativo e non sostituisce una visita medica o una valutazione fisioterapica.

Immagine: Arek Adeoye su Unsplash.

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